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Cinquant'anni fa la vertenza CMC

C'era una volta
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Nichelino - La metà degli anni ‘70 fu un periodo cruciale per l'Italia, segnata da una cisi una crisi economica post-boom

e dall'intensificarsi delle tensioni sociali che avrebbero caratterizzato il decennio successivo. In questo contesto la vicenda della CMC di Nichelino, azienda metalmeccanica in via Cacciatori, divenne teatro di una delle più significative e aspre vertenze sindacali della cintura torinese, simbolo delle lotte operaie per la difesa dell'occupazione.

Qui la proprietà e la nuova dirigenza avevano intrapreso una radicale ristrutturazione aziendale con massici licenziamenti. La fabbrica operava nel settore del convogliamento aereo e al suolo per le catene di montaggio nel settore automobilistico. Il nucleo produttivo era costituto da tre grandi capannoni, dove lavoravano un centinaio di dipendenti, più decine di tecnici impegnati in vari cantieri disseminati nelle zone industriali. “Tirava già una brutta aria – ricorda Mario Cerrato, 76 anni, che all’epoca lavorava nei capannoni CMC di via Cacciatori – Con il senno di poi da un certo punto in avanti fu chiaro che era in corso un’operazione di smantellamento e di trasferimento della produzione altrove”. Dopo un paio di decenni di ininterrotta espansione nel periodo della motorizzazione di massa era abbastanza inusuale vedere a Torino e dintorni industrie in crisi nel settore dell’automotive insieme al forte indotto trainato dalla Fiat. Oggi purtroppo si è fatta l’abitudine.

I lavoratori della CMC risposero con una grande mobilitazione, sostenuta dalle organizzazioni sindacali e dall’amministrazione comunale di sinistra.

La fabbrica fu occupata e il presidio durò 40 giorni. La vertenza ufficialmente si sbloccò con un accordo siglato il 27 marzo 1975, ebbe una vasta risonanza e fu definita dagli organi di stampa dell'epoca come di grande significato politico e sindacale. “Furono 40 giorni di assemblee, cortei e lunghe trattative – ricorda Cerrato – ‘CMC una vittoria, ma non finisce qui’ titolò un giornale con ottimistico entusiasmo, anche se a ‘presidiare’ la fabbrica nelle ultime notti eravamo rimasti in tre: il sottoscritto, un sindacalista e un bravissimo tecnico di origine tunisina”. L’accordo prevedeva il ritiro di tutti i licenziamenti e il mantenimento dei posti di lavoro per tutto il 1975, anche se parecchi lavoratori nei mesi precedenti di grande incertezza avevano già dato volontariamente le dimissioni e trovato altra occupazione.

L’epilogo del “caso CMC” fu invece molto amaro e per certi versi ebbe il sapore della beffa. Pochi mesi dopo, infatti, i lavoratori un lunedì trovarono affisso ai cancelli uno scarno comunicato: Con grande rammarico, l'Azienda s'è trovata nella necessità, ed ha quindi deliberato, di cessare ogni sua attività e la propria liquidazione. È stata già spedita a tutti i dipendenti una lettera, con la quale essi vengono edotti di tale situazione, e viene altresì comunicata la cessazione del rapporto di lavoro. Ogni dipendente sarà informato delle modalità di riscossione di tutte le sue competenze…”

Nel giro di un week end la fabbrica venne praticamente svuotata e i macchinari trasferiti chissà dove.

Intanto nelle fabbriche, a cominciare dalla Fiat, il clima si era fatto molto pesante, Accanto alle legittime e pacifiche proteste operaie si erano fatte strada diverse frange di estremismo violento che perseguiva la lotta armata. Eravamo entrati negli “anni di piombo”, un’escalation che passò dagli espropri proletari alle “gambizzazioni”, dai sequestri agli omicidi: una tragica stagione di sangue che in Italia tocco il culmine con il rapimento e l’uccisone di Aldo Moro”

L'infiltrazione e l'azione di gruppi terroristici come le Brigate Rosse all'interno e ai margini del movimento operaio e studentesco condizionarono gravemente quegli anni. Nichelino non fu immune. Nel 1978 in città venne scoperto un covo delle Brigate Rosse in via Giordano 8. L’appartamento risultò sicuramente attiva e al suo interno furono ritrovati armi e volantini. a differenza di un altro "covo", trovato in via Juvarra. In questo caso l’alloggio era stato acquistato sotto falso nome nel 1975 da Margherita Cagol, detta Mara, la moglie di Renato Curcio. Il 5 giugno però la donna rimase uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri in un cascinale sulle colline di Acqui Terme, nella “prigione del popolo”  dove l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia era detenuto dai brigatisti.

M.Co.

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